nostro inviato a VeneziaQuando sorride, qualcosa dell’antico fascino emerge ancora fra le pieghe di un volto che è una maschera dove ormai occhi, naso, bocca sono un tutt’uno che sembra cucito con la fiamma ossidrica. Fra i tanti attori maledetti, per finta e per davvero, che Hollywood ha sfornato nel tempo, Mickey Rourke è quello che la maledizione ce l’ha scritta in faccia, e con tanto di firma autografa. Nessuno può vantare, come lui, la coscienziosa demolizione fisica e psicologica della propria immagine.Cominciò vent’anni fa, sulle soglie dei quaranta, quando era ancora l’idolo delle donne in calore che sognavano di farsi soggiogare per lo stesso arco di tempo del film che gli aveva dato la fama: Nove settimane e mezzo. Mollò tutto, si scelse un nome d’arte, El Marielito, decise di fare il pugile professionista… Dissero che era un suicidio artistico, ma sotto c’era qualcosa di più profondo: la solitudine di uno che si sentiva un lottatore della vita, ma che fino ad allora le sue battaglie le aveva avute principalmente nella finzione di un set cinematografico, nelle suites di qualche albergo di lusso distrutte per eccesso di ira; l’angoscia che prende tutti quelli che hanno avuto in dono l’avvenenza fisica, quando si accorgono che il tempo passa e la giovinezza di colpo è alle loro spalle; la consapevolezza di essere comunque, arrivato troppo tardi all’appuntamento con se stesso, il tramonto di una vita da pugile scambiato per l’alba di una nuova esistenza.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=288688